Il fondatore di Fiad: «Così i dazi USA rischiano di farci chiudere»
Nel mezzo di una crisi commerciale che sta mettendo a dura prova l’export italiano ed europeo, non è la burocrazia né il protezionismo a dare la sveglia al sistema produttivo, ma la voce diretta di chi, ogni settimana, paga in contanti dazi del 14,5% per continuare a vendere il proprio prodotto all’estero. Mauro Mandia, fondatore della Fiad, azienda salernitana leader nella produzione di pizze e dolci surgelati, ha raccontato a Stylo24, intervistato da Mauro Della Corte, che è arrivato il momento per l’Europa e per l’Italia di cambiare passo. E lo dice con lucidità, senza slogan, forte di un’esperienza trentennale costruita a colpi di container spediti e scaffali conquistati nella grande distribuzione americana.
L’export come mestiere di famiglia
Alla domanda iniziale su che tipo di impresa sia la sua, Mandia sorride quasi tra le righe: «Sono il fondatore della Fiad. L’amministratore unico è mia moglie, Elisabetta Benesatto. Io mi occupo della parte commerciale, della produzione e della ricerca e sviluppo, mentre mia moglie gestisce l’amministrazione e la finanza. Anche mio fratello è socio e si occupa della parte tecnica». Una realtà familiare, sì, ma con respiro internazionale: «Il 100% del nostro fatturato proviene dall’estero».
Dal 2006 Fiad si è imposta sul mercato americano con una modalità atipica per il Sud Italia: vendita diretta al cliente finale, senza passare per gli importatori. Un modello che oggi conta oltre 10.000 supermercati serviti negli Stati Uniti.
Dazi e cambio dollaro: un doppio colpo al cuore del margine
Quando si tocca il tema dei dazi, Mandia è netto: «Può anche evitare di usare il condizionale. Noi i dazi li paghiamo tutte le settimane». Una realtà concreta che va ben oltre i numeri: «Sulle pizze, il dazio è passato dal 4,5% al 14,5%. Se a questo aggiunge l’effetto del cambio sfavorevole, si arriva a un costo che sfiora il 27%. Le aziende alimentari, nella migliore delle ipotesi, hanno un margine del 13-14%. I conti si fanno presto».
E se la situazione peggiorasse ancora, Mandia non nasconde quanto sarebbe drammatico l’impatto: «Al 30% la mia azienda sarebbe stata costretta a chiudere, visto che facciamo l’82% del nostro fatturato negli Stati Uniti».
Un prodotto premium in un mercato spietato
Eppure, nonostante i margini erosi e le difficoltà, Fiad ha scelto di non ritoccare i listini. «Operiamo in un mercato estremamente competitivo. Le nostre pizze sono già più costose rispetto ai concorrenti americani. Ma ci facciamo pagare per la qualità».
Mandia descrive con realismo il contesto in cui si muove: «Nelle catene americane ci si ritrova davanti a 200 referenze, di cui solo il 5% sono italiane. Il resto è produzione locale. Se il nostro differenziale di prezzo aumenta troppo, rischiamo di perdere le quote di mercato conquistate con fatica». Ecco perché Fiad sta coprendo i costi con risorse interne, aspettando una stabilizzazione e sperando in misure concrete da parte dell’Europa.
Delocalizzare? «Una sciocchezza»
L’ipotesi che Trump voglia spingere le aziende italiane a spostare la produzione in America viene liquidata da Mandia con una risata amara: «È una sciocchezza nota a tutti quelli che operano negli Stati Uniti». Il suo racconto è dettagliato, concreto: «Nelle fabbriche americane, gli americani non ci vogliono lavorare. La manodopera è tutta immigrata. Noi ci abbiamo provato: a Boston, a Detroit. È complicato».
E poi c’è il tema della qualità: «Il prodotto non sarebbe lo stesso. Anche portando farina e pomodoro dall’Italia, resterebbe un’operazione economicamente pesante».
Un’azienda che investe nel Sud
E mentre altri delocalizzano, Fiad rilancia: un investimento da 15 milioni in Campania, un terreno di 50.000 metri quadrati, oltre 100 dipendenti, 5 milioni di euro in stipendi riversati ogni anno sul territorio. «Speriamo di arrivare presto a 10 milioni. Questa è la nostra filosofia d’impresa».
Il Made in Italy è forte, ma non invincibile
Alla domanda su quanto il brand Italia possa reggere, Mandia fa un esempio chiaro: «Se una bottiglia di vino italiano passa da 25 a 50 dollari, esce dalla fascia media e va a competere con i francesi. E lì perdiamo. Il nostro successo è sempre stato nella fascia media».
Il pericolo? È reale e diffuso: «Piccole aziende vitivinicole, dal Cilento alla Costiera Amalfitana, rischiano di essere tagliate fuori».
Alla politica: visione, non assistenzialismo
«Come tutte le crisi, anche questa può diventare un’occasione». È il cuore del messaggio di Mandia, che cita il piano Draghi come una guida per uscire dal guado: «Serve rafforzare il mercato europeo e ridurre i vincoli normativi. Non parlo solo di dazi, ma di burocrazia che rallenta la crescita. Solo così possiamo entrare davvero nei mercati globali».
India, Singapore, Canada: nuovi orizzonti
La diversificazione è già iniziata: «L’India è un mercato straordinario, più della Cina. Anche l’Australia, la Nuova Zelanda, Singapore e il Canada offrono grandi opportunità. Il crollo dell’importazione di vino californiano in Canada è un segnale importante».
E qui torna il nodo centrale: la logistica. «È cambiato tutto rispetto al 1995, quando spedii il primo container. La tecnologia ha reso accessibile l’export anche ad aziende piccole. Il nostro conterraneo Aponte, con MSC, ha fatto passi da gigante. Oggi possiamo raggiungere il mondo».
Ultimo appello: serve una politica che crede nelle imprese
Mandia non si nasconde dietro la retorica: «Non servono i soliti finanziamenti a pioggia. Serve un sostegno vero, mirato, che aiuti le aziende ad affrontare mercati nuovi, a investire, a sbagliare se serve. Ma ad aprirsi. Se saremo capaci di guidare questo processo, l’Italia potrà davvero fare un salto di qualità».









